La rivoluzione spietata di Oracle: 30.000 licenziamenti per l'impero dell'IA

Larry Ellison sacrifica il capitale umano per i data center: la cronaca di una trasformazione radicale che scuote la Silicon Valley

La rivoluzione spietata di Oracle: 30.000 licenziamenti per l'impero dell'IA

Il panorama tecnologico globale sta attraversando una fase di mutamento senza precedenti, segnata da decisioni aziendali che ridefiniscono il confine tra innovazione e sostenibilità sociale. Al centro di questa tempesta si trova Oracle, il gigante del software fondato da Larry Ellison, che ha recentemente finalizzato un'operazione di ridimensionamento del personale di proporzioni storiche. In un solo mese, l'azienda ha eliminato circa 30.000 posti di lavoro, una manovra che non risponde a una crisi di bilancio nel senso tradizionale, ma a una precisa e aggressiva strategia industriale. L'obiettivo dichiarato è quello di reindirizzare ogni risorsa economica e operativa verso la costruzione di enormi data center e lo sviluppo di sistemi di Intelligenza Artificiale di ultima generazione, con l'ambizione di dominare l'infrastruttura tecnologica del prossimo decennio. Questa transizione avviene mentre la capitalizzazione di mercato di Oracle supera i 400 miliardi di dollari, con tassi di crescita che nel 2024 hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi quindici anni, rendendo il contrasto tra successo finanziario e disagio sociale ancora più stridente.

La visione di Larry Ellison, attualmente Presidente e CTO del gruppo, è estremamente chiara e priva di compromessi: chi riuscirà a controllare l'infrastruttura fisica e logica dell'IA sarà il vincitore assoluto dell'economia mondiale. Per consolidare questa posizione, la società sta investendo cifre astronomiche, al punto che, secondo i dati forniti da Bloomberg, il flusso di cassa operativo di Oracle è destinato a rimanere negativo almeno fino al 2030. Al termine di maggio 2025, l'azienda contava una forza lavoro di circa 162.000 dipendenti a livello globale, ma l'ondata di tagli ha ridotto drasticamente questo organico. Il paradosso che emerge da questa vicenda è profondo: mentre i leader del settore tecnologico promuovono pubblicamente l'IA come uno strumento destinato a potenziare le capacità umane, nei fatti, colossi come Oracle sembrano dare priorità assoluta alle spese in conto capitale per l'hardware, relegando il capitale umano in una posizione di secondo piano.

Questo cambio di rotta strategico è diventato palese nel gennaio 2025, quando Larry Ellison è apparso pubblicamente al fianco di figure influenti come Donald Trump, Sam Altman di OpenAI e Masayoshi Son di SoftBank. In quell'occasione è stato annunciato il Progetto Stargate, un'iniziativa infrastrutturale dal valore record di 500 miliardi di dollari volta alla creazione di supercomputer capaci di addestrare i modelli linguistici del futuro. Pochi mesi dopo, a settembre, Oracle ha stretto un accordo strategico proprio con OpenAI per fornire capacità cloud per un valore di ulteriori 300 miliardi di dollari, proiettando temporaneamente Ellison in cima alla classifica degli uomini più ricchi del pianeta. Tuttavia, dietro questi trionfi finanziari e alleanze di alto profilo, la realtà operativa quotidiana per i lavoratori rimasti è diventata estremamente complessa e problematica.

Durante una recente conferenza per sviluppatori, Ellison ha dichiarato con orgoglio che i programmatori di Oracle non hanno quasi più bisogno di scrivere codice manualmente, poiché tale compito è stato delegato ai modelli interni di Intelligenza Artificiale. Eppure, le testimonianze dei dipendenti descrivono uno scenario differente: l'uso forzato di questi strumenti avrebbe generato enormi quantità di codice difettoso o non funzionante, costringendo i programmatori esperti a turni di lavoro massacranti per correggere gli errori commessi dalle macchine. Molti professionisti provenienti da Cerner, la società di tecnologia medica acquisita da Oracle nel 2022, hanno riferito come l'obbligo di utilizzare chatbot interni non ottimizzati abbia drasticamente ridotto la produttività. In molti reparti, la settimana lavorativa è esplosa fino a raggiungere le 60-80 ore, con la pressione psicologica aggiuntiva di dover istruire i sistemi affinché replicassero proprio quelle competenze professionali che li rendevano indispensabili.

Il momento più critico è stato toccato il 31 marzo, quando è stata ufficializzata l'ennesima ondata di licenziamenti. Secondo le analisi condotte da TD Cowen, l'allontanamento di 30.000 dipendenti permetterebbe all'azienda di sbloccare tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari di flusso di cassa, destinati ad essere immediatamente reinvestiti nella costruzione di infrastrutture fisiche. Un'indagine condotta dall'organizzazione What We Will su un campione di ex dipendenti ha rivelato che il 62% dei licenziati ha un'età superiore ai 40 anni e il 22% vantava un'anzianità aziendale superiore ai 15 anni. L'accusa mossa ai vertici è quella di aver preso di mira deliberatamente i lavoratori senior per annullare le loro RSU (Restricted Stock Units), ovvero i pacchetti azionari che maturano nel tempo. Molti lavoratori sono stati allontanati a meno di 90 giorni dalla riscossione di bonus del valore di centinaia di migliaia di dollari, una mossa percepita come un calcolato atto di cinismo finanziario.

Ancora più disperata è la condizione dei dipendenti stranieri negli Stati Uniti con visto H-1B. Per queste persone, il licenziamento non significa solo la perdita del reddito, ma l'avvio di un countdown burocratico: hanno soltanto 60 giorni di tempo per trovare un nuovo sponsor lavorativo, pena l'espulsione dal Paese. In un mercato del lavoro attualmente saturo e rallentato dalle politiche di austerità delle Big Tech, trovare una nuova collocazione in due mesi è un'impresa quasi impossibile. La risposta dei lavoratori non si è però fatta attendere. Il 17 aprile, oltre 600 ex dipendenti hanno firmato una lettera aperta chiedendo trattative eque, supporto per i visti e l'estensione della copertura sanitaria, essenziale per i colleghi affetti da gravi patologie o in stato di gravidanza.

Nonostante la pressione mediatica e sociale, Oracle ha mantenuto una posizione di chiusura totale, rifiutando ogni negoziazione. Questo atteggiamento sta però alimentando una nuova ondata di attivismo sindacale nella Silicon Valley. Kaitlin Cort, fondatrice di What We Will e attivista della Tech Workers Coalition, ha sottolineato come i lavoratori stiano acquisendo la consapevolezza di essere considerati meri asset intercambiabili, non diversi dai server di un data center da dismettere quando non garantiscono più il massimo profitto. La vicenda di Oracle rappresenta dunque un segnale d'allarme per l'intera industria: la corsa all'Intelligenza Artificiale rischia di lasciare dietro di sé una scia di instabilità sociale, mettendo in discussione il patto tra aziende e lavoratori che ha sostenuto il boom tecnologico degli ultimi decenni.

Pubblicato Lunedì, 04 Maggio 2026 a cura di Anna S. per Infogioco.it

Ultima revisione: Lunedì, 04 Maggio 2026

Anna S.

Anna S.

Anna è una giornalista dinamica e carismatica, con una passione travolgente per il mondo dell'informatica e le innovazioni tecnologiche. Fin da giovane, ha sempre nutrito una curiosità insaziabile per come la tecnologia possa trasformare le vite delle persone. La sua carriera è caratterizzata da un costante impegno nell'esplorare le ultime novità in campo tecnologico e nel raccontare storie che ispirano e informano il pubblico.


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