In un'atmosfera carica di nostalgia e di quella consueta punta di provocazione che lo ha reso un'icona globale, José Mourinho è tornato a far sentire la sua voce, scuotendo profondamente l'ambiente nerazzurro. Attraverso le colonne di Sportweek, in questo 09 Maggio 2026, lo Special One ha tracciato un solco profondo tra il suo passato leggendario e il presente del club meneghino, confermando una personalità che non accetta compromessi né paragoni facili. Al centro delle sue riflessioni c'è l'intramontabile Inter del Triplete, quella corazzata che nel 2010 riscrisse la storia del calcio italiano ed europeo, un gruppo che secondo il tecnico portoghese rimane qualitativamente e caratterialmente superiore a qualsiasi versione successiva della squadra.
La stoccata più rumorosa riguarda il confronto diretto tra i singoli interpreti della formazione attuale e i suoi fedelissimi di un tempo. Nonostante l'Inter degli ultimi anni abbia dominato in lungo e in largo in Italia, arrivando a competere ai massimi livelli anche in Champions League, il giudizio di Mourinho è tranchant: nessuno dei calciatori odierni troverebbe spazio come titolare nella sua formazione ideale del 2010. Un'affermazione che pesa come un macigno, specialmente se si considera l'ascesa di profili internazionali che oggi vestono la maglia nerazzurra. Ma per l'allenatore di Setúbal, la chimica, la forza mentale e l'abnegazione tattica di quel gruppo restano un parametro inarrivabile per chiunque altro.
Particolarmente significativo è il parallelo tra Lautaro Martínez e Diego Milito. Sebbene il "Toro" sia diventato il simbolo della nuova era interista, Mourinho non ha dubbi nel preferire il suo "Principe". Pur dichiarando il proprio apprezzamento per il talento e l'impegno di Lautaro, il portoghese ha ribadito che il legame con Milito è di una natura differente, cementato dai gol decisivi nelle tre finali che portarono allo storico Triplete. Per Mourinho, l'attaccante di Bernal non è stato solo un finalizzatore, ma un uomo squadra capace di sacrificarsi e colpire nei momenti di massima pressione, incarnando una leadership silenziosa che non trova eguali nel panorama contemporaneo. Il tecnico ha poi scherzato sul concetto di eleganza, citando Zinedine Zidane come modello supremo di bellezza calcistica, pur sapendo che tale elogio potrebbe scatenare la gelosia del suo vecchio difensore Marco Materazzi.
Le parole del tecnico si sono poi spostate sulla figura di Cristian Chivu, oggi impegnato in una nuova carriera dopo i successi con la Primavera dell'Inter e l'esperienza a Parma. Nonostante riconosca al rumeno una solida preparazione e un percorso di formazione coerente, Mourinho non ha risparmiato una critica velata, parlando di una certa dose di fortuna nei recenti successi dello scudetto. Secondo lo Special One, la vittoria di quest'anno è stata agevolata da un contesto competitivo meno agguerrito, con un Napoli sottotono, un Milan ancora in fase di transizione e una Juventus alle prese con un profondo rinnovamento generazionale. Vincere dà credito, ammette il portoghese, ma il valore di un trofeo si misura anche dalla forza degli avversari sconfitti, e per lui la strada verso il successo del 2010 fu infinitamente più tortuosa.
Non è mancato un passaggio toccante sulla sua carriera e sul legame viscerale con le città che lo hanno ospitato. Lasciare l'Inter per approdare al Real Madrid è stata, a detta del tecnico, la scelta più difficile della sua vita professionale. Un addio consumato nella notte di Madrid, subito dopo aver sollevato la coppa dalle grandi orecchie, dettato dall'ambizione di misurarsi con la sfida più grande del mondo nel momento di massimo splendore. Guardando alla sua esperienza in Serie A, Mourinho ha elogiato Roma come la città più bella del mondo e ha definito San Siro come la sua vera casa, il luogo dove ha vissuto le gioie più intense. Tuttavia, fedele alla sua filosofia, ha concluso ribadendo che l'unica vittoria che conta davvero è la prossima, quella che deve ancora venire, proiettando la sua ombra verso nuove sfide che potrebbero riportarlo presto su una panchina di primissimo piano, forse proprio in quel Real Madrid che non ha mai smesso di sognarlo.

