Nel panorama tecnologico del 2026, la questione della sovranità digitale è diventata un pilastro fondamentale per le infrastrutture pubbliche e private. In questo contesto, l'organizzazione non-profit responsabile dello sviluppo della suite LibreOffice, ha sollevato una critica durissima contro i formati di file dominanti di Microsoft Office. Secondo l'ente, i formati basati su XML, come i celebri DOCX, XLSX e PPTX introdotti originariamente nel 2007, agiscono di fatto come strumenti di controllo che creano una dipendenza forzata dall'ecosistema di Redmond, ostacolando la libera transizione degli utenti verso fornitori alternativi.
Sebbene Microsoft abbia aperto l'accesso alle specifiche tecniche di questi documenti, la Document Foundation sostiene che nella pratica essi funzionino come formati parzialmente proprietari. Quando un utente tenta di aprire un file DOCX in software terzi, inclusi LibreOffice o altre suite open source, si scontra regolarmente con bug di formattazione, tabelle disallineate, caratteri sostituiti e grafici distorti. Questa discrepanza non è un semplice limite tecnico, ma una barriera strategica. La conseguenza è un "attrito silenzioso e costante" che rende ogni esperienza al di fuori dell'universo di Microsoft percepita come inaffidabile, poco professionale o tecnicamente inferiore, scoraggiando così il passaggio a soluzioni più trasparenti e meno costose.
Il rischio di questo monopolio dei formati si estende ben oltre il semplice fastidio estetico. Per settori critici come gli studi legali, le strutture ospedaliere o le pubbliche amministrazioni, l'integrità del documento è una questione di sicurezza e conformità normativa. In un ospedale della Germania o della Francia, un errore nella visualizzazione di una tabella clinica dovuto a un'incompatibilità di formato potrebbe avere ripercussioni drammatiche. Allo stesso modo, un contratto legale modificato involontariamente durante l'apertura tra piattaforme diverse può inficiare la validità di un atto. Questa situazione costringe le organizzazioni a rimanere legate a contratti di licenza onerosi per evitare rischi operativi, alimentando un circolo vizioso di dipendenza tecnologica che limita l'innovazione.
Un altro tema centrale sollevato dalla Document Foundation riguarda la conservazione a lungo termine dei dati. In un mondo che produce trilioni di documenti ogni anno, la capacità di rileggere un file tra dieci o vent'anni è fondamentale. La complessità dei formati OOXML (Office Open XML) di Microsoft, spesso soggetti a estensioni proprietarie e aggiornamenti non documentati, mette a repentaglio la leggibilità futura della memoria digitale collettiva. Al contrario, l'organizzazione promuove l'adozione universale dell'Open Document Format (ODF), uno standard realmente aperto e neutrale che garantisce una perfetta interoperabilità tra diverse applicazioni senza creare vantaggi competitivi artificiosi per un singolo attore di mercato.
La vera sovranità digitale, ribadisce la fondazione, non consiste semplicemente nello scegliere tra Microsoft Office e LibreOffice, ma nella capacità di cittadini, imprese e governi di decidere liberamente quale software utilizzare senza incontrare ostacoli tecnici deliberati. Mentre l'Unione Europea intensifica gli sforzi per l'autonomia tecnologica, la questione dei formati dei file emerge come la nuova frontiera della libertà digitale. Senza standard di interscambio trasparenti e condivisi, la promessa di un mercato digitale equo e sicuro rimarrà subordinata agli interessi commerciali di pochi giganti del software, privando l'utente finale del controllo effettivo sulla propria produzione intellettuale e sui propri dati sensibili.

