Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto storico nel primo processo al mondo sulla dipendenza dai social media, ritenendo Meta e Google responsabili di aver causato danni alla salute mentale di una giovane donna di 20 anni. Le due società sono state condannate a risarcire la vittima con 6 milioni di dollari, suddivisi proporzionalmente tra Meta (4,2 milioni di dollari) e Google (1,8 milioni di dollari). Metà del risarcimento è destinata a coprire le spese mediche e la terapia, mentre l'altra metà è considerata una sanzione punitiva.
La querelante, identificata come Kaley G.M., ha testimoniato di aver iniziato a utilizzare YouTube all'età di sei anni e Instagram a nove. Ha sostenuto che il design stesso delle piattaforme, intenzionalmente creato per catturare e trattenere l'attenzione degli utenti, ha portato allo sviluppo di ansia, depressione e dismorfismo corporeo. L'avvocato di Kaley, Mark Lanier, ha paragonato i meccanismi dei social media a quelli di un casinò, dove ogni notifica provoca un rilascio di dopamina, creando una dipendenza simile al gioco d'azzardo.
Il verdetto è arrivato dopo nove giorni di deliberazioni della giuria, con un voto di 10 a 2. Gli esperti legali considerano questa decisione un importante campanello d'allarme per i colossi tecnologici, che potrebbero affrontare miliardi di dollari di perdite a causa di migliaia di cause legali simili intentate da bambini, adolescenti e le loro famiglie. Altri due processi simili sono già in programma in California nel corso di quest'anno.
A differenza di molte azioni legali precedenti, questa causa si è concentrata non tanto sui contenuti generati dagli utenti (per i quali le società raramente sono ritenute responsabili), quanto sulle funzionalità intrinseche delle piattaforme, come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche push e i filtri che alterano l'aspetto fisico degli utenti. Gli avvocati di Meta, d'altra parte, hanno sostenuto che lo stato di salute mentale della querelante era influenzato da problemi familiari e atti di bullismo subiti a scuola, e non esclusivamente dai social media. I legali di Google hanno inoltre sottolineato che il picco di utilizzo di YouTube da parte di Kaley si è verificato quando aveva otto anni, e che in seguito la piattaforma è stata utilizzata principalmente per ascoltare musica.
I rappresentanti delle società hanno espresso il loro disaccordo con la sentenza. Meta ha dichiarato di stare valutando le opzioni legali a sua disposizione per appellarsi alla decisione. Jose Castañeda, portavoce di Google, ha ribadito che l'azienda intende presentare appello, sottolineando che YouTube è una «piattaforma di streaming creata in modo responsabile» e non un social network, come invece sostengono gli avvocati della querelante.
Questa sconfitta rappresenta un secondo duro colpo per Meta in questa settimana: un tribunale del New Mexico ha condannato la società a pagare 375 milioni di dollari in un'altra causa, accusandola di aver ingannato gli adolescenti sulla sicurezza delle sue piattaforme. Oltre alle cause individuali, Meta, Google, Snap e TikTok sono anche coinvolte in azioni legali promosse da procuratori generali di diversi stati e da oltre 1000 distretti scolastici, che potrebbero richiedere modifiche sostanziali all'architettura delle piattaforme.
I giurati, commentando il processo, hanno sottolineato la complessità del caso e la necessità di esaminare attentamente una grande quantità di prove. Uno dei giurati ha ammesso di aver utilizzato raramente i social media prima di partecipare al processo e, dopo aver appreso i dettagli della vicenda, ha deciso di smettere completamente di utilizzarli.
Questa sentenza potrebbe segnare un punto di svolta nella responsabilità delle aziende tecnologiche riguardo all'impatto dei social media sulla salute mentale, aprendo un nuovo capitolo nella regolamentazione e nella progettazione di queste piattaforme. Resta da vedere come questa decisione influenzerà le future cause legali e le strategie delle aziende per proteggere i giovani utenti dai potenziali rischi della dipendenza dai social media.

