In un panorama tecnologico europeo che cerca con sempre maggiore determinazione di proteggere la libera concorrenza e la sovranità tecnologica, la Commissione Europea ha compiuto un passo decisivo comunicando l'intenzione di inserire Amazon Web Services (AWS) e Microsoft Azure nell'elenco dei fornitori di servizi regolamentati dal Digital Markets Act (DMA). La decisione, basata su conclusioni preliminari approfondite, segna un punto di svolta fondamentale per il settore del cloud computing nel 2026, consolidando definitivamente la posizione dell'Unione Europea come il principale regolatore dei mercati digitali su scala globale.
Secondo quanto riportato dal regolatore di Bruxelles, AWS e Azure rappresentano rispettivamente il primo e il secondo fornitore di servizi cloud per volume d'affari e infrastrutture nel territorio dell'Unione Europea. Queste piattaforme fungono da ponte imprescindibile tra le imprese europee e i loro clienti finali, detenendo una quota di mercato che rende il loro ruolo sistemico. Nonostante le aziende avessero inizialmente tentato di evitare l'inclusione automatica sostenendo di non soddisfare tutti i criteri puramente quantitativi previsti dal DMA, la Commissione Europea ha evidenziato come la loro capacità operativa e i massicci volumi di investimento abbiano creato un divario incolmabile con i competitor locali. In particolare, è stato sottolineato il pericoloso "effetto lock-in", ovvero quel meccanismo per cui le aziende clienti restano intrappolate in un ecosistema a causa di costi di uscita proibitivi e barriere tecniche che impediscono la migrazione verso altri fornitori.
L'indagine formale, che ha portato a questa svolta normativa, era stata avviata ufficialmente il 18 novembre 2025. L'obiettivo era valutare se queste piattaforme cloud dovessero essere classificate come "gatekeeper", ovvero soggetti che controllano l'accesso a mercati digitali essenziali. Qualora lo stato di gatekeeper venisse confermato nelle prossime settimane, Amazon e Microsoft avranno un periodo massimo di sei mesi per adeguare i propri servizi a una serie di obblighi rigorosi e trasparenti. Tali normative imporranno la garanzia di una reale interoperabilità tra servizi cloud differenti, l'accesso trasparente ai dati per gli utenti professionali e il divieto assoluto di pratiche di auto-preferenza, dove il fornitore cloud promuove i propri software o servizi di intelligenza artificiale a discapito di quelli di terze parti ospitati sulla stessa infrastruttura.
La reazione dei giganti tecnologici con sede negli Stati Uniti è stata, come previsto, di forte opposizione. Un portavoce di Microsoft ha dichiarato che la società continuerà a collaborare in modo costruttivo con le autorità di Bruxelles, ma ha sollevato dubbi sostanziali sulla strategia del regolatore. Secondo l'azienda di Redmond, ignorare la crescita esponenziale di Google Cloud e l'integrazione pervasiva di modelli AI come Gemini rischia di creare un ecosistema sbilanciato a favore di altri colossi. Parallelamente, AWS ha aspramente criticato le conclusioni della Commissione Europea, sostenendo che tali obblighi regolatori potrebbero scoraggiare gli investimenti infrastrutturali in Europa e soffocare l'innovazione in un momento critico per l'adozione delle tecnologie emergenti. Secondo Amazon, i clienti europei godono già di un'ampia scelta e di una flessibilità senza precedenti, e l'intervento normativo risulterebbe dunque superfluo e punitivo.
Di parere diametralmente opposto sono gli operatori cloud indipendenti e i difensori della concorrenza. Mark Boost, amministratore delegato del provider britannico Civo, ha accolto con entusiasmo l'iniziativa, definendola un atto dovuto e necessario. Secondo Boost, l'infrastruttura cloud è diventata un bene pubblico essenziale, simile alla rete elettrica o idrica, e non può essere lasciata sotto il controllo discrezionale di pochi hyperscaler che impongono tariffe di uscita ("egress fees") elevate e licenze software restrittive per impedire la libera scelta. Boost ha inoltre sollevato una polemica riguardo alla situazione nel Regno Unito, dove la Competition and Markets Authority (CMA) è stata accusata di aver agito con eccessiva timidezza. Nonostante anni di indagini che confermavano le distorsioni del mercato, il regolatore britannico ha preferito accettare impegni volontari dalle aziende piuttosto che imporre regole vincolanti come sta facendo l'Europa continentale.
Il dibattito che si sta consumando tra Bruxelles e le sedi di Seattle e Redmond non riguarda solo i profitti delle aziende coinvolte, ma il futuro stesso dell'economia digitale europea. Se l'applicazione del DMA riuscirà a scardinare i monopoli di fatto, il 2026 potrebbe essere ricordato come l'anno in cui il mercato del cloud è diventato realmente aperto, permettendo a startup e medie imprese locali di competere ad armi pari. La sfida per la Commissione Europea sarà ora quella di monitorare l'implementazione tecnica di queste regole, assicurandosi che la trasparenza e l'interoperabilità non rimangano solo sulla carta, ma diventino una realtà operativa che favorisca lo sviluppo di un'intelligenza artificiale e di servizi dati autenticamente europei.

