Il panorama tecnologico del 2026 è scosso da una delle vicende più controverse e affascinanti nel campo dell'energia: il caso della Donut Battery. La società finlandese Donut Lab ha recentemente diffuso i risultati di una serie di test condotti in condizioni climatiche proibitive, sollevando un polverone che mescola ammirazione tecnica e scetticismo scientifico. Al centro della questione ci sono le prestazioni del loro modulo batteria a temperature di -30 °C, testate presso il prestigioso VTT Technical Research Centre of Finland. In un mondo che cerca disperatamente alternative al litio tradizionale per la mobilità elettrica e lo stoccaggio stazionario, la promessa di una batteria capace di ignorare il gelo artico senza sistemi di riscaldamento attivi rappresenta un potenziale punto di svolta globale.
I test condotti nei laboratori della Finlandia hanno riguardato un modulo assemblato composto da 14 elementi con una tensione nominale di 48 V. La metodologia adottata dagli scienziati del VTT è stata rigorosa: prima di esporre il dispositivo al freddo, sono state misurate le prestazioni basali a una temperatura ambiente di +25 °C, utilizzando una corrente di scarica di 1C. In queste condizioni ottimali, la capacità iniziale rilevata è stata di 27,77 Ah, con un'energia erogata pari a 1354 Wh. Successivamente, il modulo è stato sigillato in una camera climatica e mantenuto a una temperatura costante di -30 °C per un periodo di cinque ore. La particolarità dell'esperimento risiede nell'assenza totale di isolamento termico, riscaldatori o sistemi di gestione termica, ponendo la cella nelle condizioni di stress più dure possibili per la categoria.
I risultati post-raffreddamento hanno lasciato la comunità scientifica interdetta: il modulo ha erogato 26,8 Ah, ovvero circa il 97% della sua capacità originale. Sebbene l'energia totale sia scesa a 1254 Wh (circa il 93% del valore nominale a temperatura ambiente), il dato rimane straordinario. Questa discrepanza suggerisce che, nonostante la tenuta della capacità, la tensione operativa della batteria subisca una leggera flessione dovuta alla resistenza interna aumentata dal freddo. Durante la fase di scarica, è stato notato un lieve riscaldamento interno degli elementi, un fenomeno fisico comune che tuttavia non ha alterato in modo significativo l'esito finale. Questi numeri, pur essendo impressionanti, mostrano un leggero scostamento rispetto alle precedenti dichiarazioni di Donut Lab, che in passato aveva millantato una ritenzione della capacità superiore al 99% a temperature estreme.
Tuttavia, il successo tecnico è stato rapidamente offuscato da uno scandalo di proporzioni industriali. Ryan Inis Hughes, un ricercatore indipendente noto nell'ambiente con lo pseudonimo di Ziroth, ha coordinato un team di oltre venti specialisti per analizzare i dati grezzi e le curve di tensione precedentemente pubblicate dall'azienda. Nel giugno 2026, il gruppo di esperti ha emesso un verdetto pesante: le caratteristiche di espansione e le curve di carica non corrisponderebbero a quelle di una batteria allo stato solido a base di sodio, come dichiarato dal produttore, bensì a una batteria agli ioni di litio di alta qualità, seppur convenzionale nella chimica di base. Questa accusa colpirebbe al cuore la proposta di valore di Donut Lab, che si basa proprio sull'innovazione della chimica al sodio per ridurre la dipendenza dai materiali critici.
La replica di Donut Lab non si è fatta attendere, ma ha sollevato ulteriori interrogativi invece di placare gli animi. Nel settembre dello stesso anno, l'azienda ha presentato i risultati di un'analisi chimica effettuata presso i laboratori Intertek. Secondo il referto, i campioni esaminati contenevano appena 3,4 parti per milione (ppm) di litio, contro 632 ppm di sodio. Sebbene questi numeri sembrino smentire l'ipotesi di una batteria al litio mascherata, un dettaglio procedurale ha attirato l'attenzione dei critici: Donut Lab ha inviato al laboratorio materiale già triturato e polverizzato, invece di fornire celle integre da sottoporre a autopsia tecnica. Questa scelta impedisce di verificare se il materiale analizzato provenga effettivamente dagli stessi elettrodi utilizzati nei test di performance del VTT o se sia stato preparato ad hoc per superare l'esame chimico.
Il dibattito che ne consegue tocca temi fondamentali come la trasparenza nella ricerca industriale e la necessità di protocolli di verifica indipendenti in un mercato energetico sempre più competitivo. Se la tecnologia di Donut Lab dovesse rivelarsi autentica, la Finlandia si confermerebbe come il nuovo hub mondiale per lo stoccaggio energetico in climi rigidi, aprendo la strada a veicoli elettrici capaci di operare senza cali di autonomia nelle regioni artiche. Al contrario, se le accuse di Ziroth trovassero conferma, ci troveremmo davanti a uno dei più sofisticati tentativi di greenwashing tecnologico degli ultimi anni. La comunità internazionale attende ora test incrociati su celle prelevate casualmente dalla linea di produzione, l'unico modo per ristabilire la fiducia in un progetto che promette di riscrivere le leggi della termodinamica applicata alle batterie.

