L'Unione Europea si trova oggi a un bivio fondamentale della sua storia economica e diplomatica, impegnata a tessere una rete di protezione attorno al proprio mercato unico per far fronte alle crescenti turbolenze globali del 2026. In questo scenario di estrema complessità, la Commissione Europea ha accelerato i lavori per l'introduzione di una riforma fiscale di portata epocale, ufficialmente denominata CORE (acronimo di Corporate Resource for Europe). Si tratta di una iniziativa legislativa nata con il duplice obiettivo di stabilizzare i rapporti commerciali con gli Stati Uniti e, contemporaneamente, generare entrate strutturali dirette per le casse di Bruxelles. Il contesto in cui si muove questa proposta è quello di una forte tensione internazionale, esacerbata dalle posizioni protezionistiche assunte da Donald Trump, il quale ha più volte paventato l'imposizione di dazi doganali punitivi che potrebbero raggiungere la soglia del 100% sui beni di esportazione europei. Questa minaccia, se attuata, colpirebbe al cuore le economie del Vecchio Continente, mettendo a rischio settori strategici e di eccellenza come l'automotive, il comparto del lusso e l'intero settore agroalimentare.
La necessità di trovare una soluzione diplomatica e tecnica ha spinto i vertici europei a superare il vecchio modello della tassa sui servizi digitali, aspramente contestata dall'Office of the United States Trade Representative perché ritenuta discriminatoria nei confronti dei giganti tecnologici della Silicon Valley. Il meccanismo del CORE segna un cambiamento di paradigma: non più un'imposta mirata esclusivamente al digitale, bensì un contributo generalizzato applicabile a tutte le grandi multinazionali che traggono profitto dal mercato unico europeo, indipendentemente dalla loro nazionalità o dal settore operativo. Questo approccio è stato studiato per apparire neutrale agli occhi di Washington, evitando di fornire pretesti per ritorsioni mirate contro le imprese europee. Il cuore della riforma stabilisce che tutte le società con un fatturato annuo superiore ai 100 milioni di euro siano obbligate a versare un contributo annuale forfettario. Tale soglia è stata fissata con estrema precisione chirurgica per garantire che il prelievo colpisca esclusivamente le grandi corporation globali, lasciando totalmente indenni le piccole e medie imprese che rappresentano la spina dorsale dell'economia di paesi come l'Italia, la Germania e la Francia.
Le indiscrezioni trapelate dai corridoi delle istituzioni a Bruxelles indicano che l'importo del contributo annuale dovrebbe oscillare in una forchetta compresa tra i 100.000 euro e i 750.000 euro per singola entità societaria. Queste risorse non passerebbero attraverso i bilanci nazionali ma confluirebbero direttamente nelle casse dell'Unione Europea come risorsa propria, fornendo il carburante finanziario necessario per sostenere i massicci investimenti richiesti dalla transizione ecologica e dall'innovazione tecnologica che caratterizzano il 2026. La strategia politica sottesa al CORE è dunque quella di una

