Il calcio italiano si interroga sul futuro. Un dato su tutti fa riflettere: nell'ultimo turno di Serie A, meno del 30% dei giocatori schierati come titolari erano italiani. Un numero impietoso che solleva interrogativi profondi, soprattutto dopo la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali per la terza volta consecutiva.
Le analisi si sprecano: si parla di vivai poco curati, di un eccessivo focus sulla tattica a discapito della creatività, della mancanza di figure di riferimento. Ma la verità, forse, è più semplice e risiede in una sentenza che ha cambiato per sempre il calcio europeo: la Bosman. Era il 15 dicembre 1995 quando la Corte di Giustizia dell'Unione Europea abolì le limitazioni al numero di giocatori stranieri tesserabili, aprendo le porte a un'internazionalizzazione senza precedenti.
Oggi, la Serie A è il campionato con la più alta percentuale di giocatori stranieri, anche se le altre leghe europee non sono poi così distanti. Premier League e Ligue 1 presentano numeri simili, la Bundesliga è leggermente inferiore, mentre solo la Liga spagnola può vantare una maggioranza di talenti locali. Ma, come sottolinea l'articolo originale, Spagna, Inghilterra, Francia e Germania si sono qualificate ai Mondiali. Allora, qual è il problema?
Una possibile risposta è che in Italia, un giovane calciatore deve spesso aspettare un'ecatombe di infortuni tra gli stranieri per avere una chance, mentre in altri paesi, come l'Inghilterra, i giovani talenti vengono lanciati nella mischia anche in presenza di campioni affermati. Esempi come Dowman dell'Arsenal, o i più noti Foden e Palmer, cresciuti rispettivamente nel Manchester City e nel Chelsea, dimostrano che è possibile trovare spazio anche in rose ricche di stelle straniere.
Certo, tornare indietro è impossibile. Ma forse è il momento di introdurre delle regole che incentivino l'utilizzo di giocatori italiani, magari stabilendo un numero minimo di presenze obbligatorie. Altrimenti, si rischia di assistere a partite come Udinese-Como, in cui tra i 22 titolari c'era un solo giocatore italiano. Una situazione che, a lungo andare, rischia di compromettere il futuro del calcio italiano e della Nazionale. Il problema è complesso e richiede soluzioni a 360 gradi, che coinvolgano società, federazione e istituzioni. Serve un cambio di mentalità, un investimento sui vivai e una maggiore fiducia nei giovani talenti italiani. Solo così potremo tornare a competere ai massimi livelli e a vedere una Nazionale orgogliosa di rappresentare il nostro paese.

