A un mese di distanza dal clamoroso addio a parametro zero che ha scosso il mercato calcistico internazionale, Dusan Vlahovic ha deciso di rompere il silenzio, scoperchiando un vaso di Pandora fatto di incomprensioni, silenzi strategici e verità taciute. In un’intervista fiume rilasciata ai microfoni di Mozzart Sport direttamente dalla Turchia, l’attaccante serbo ha ripercorso le tappe che hanno portato alla fine del suo rapporto con la Juventus, un legame durato quattro anni e mezzo e interrottosi in un clima di gelo siderale con i vertici societari di Torino.
Il centravanti ha esordito con una denuncia forte, che punta il dito contro la narrativa ufficiale diffusa dal club negli ultimi tempi: per tre anni si è parlato di trattative serrate per il rinnovo, ma secondo il calciatore non ci sarebbe mai stato un vero confronto. Dusan Vlahovic sostiene che la dirigenza non si sia mai seduta a un tavolo per discutere concretamente il prolungamento del contratto fino alla fine della scorsa stagione, quando ormai i margini di manovra erano inesistenti. In questo contesto, le scelte tecniche subite nell’ultimo anno, tra cui le frequenti panchine, assumono per il giocatore una connotazione punitiva o puramente contrattuale: l’esclusione dai titolari non sarebbe stata dettata solo da ragioni tattiche o dall'arrivo di nuovi concorrenti nel reparto offensivo, ma dal suo status di giocatore in scadenza al 30 giugno. Questa situazione ha generato una pressione mediatica insostenibile, con i tifosi che, influenzati dalle voci di un presunto rifiuto del giocatore a firmare, hanno finito per voltargli le spalle, culminando nei fischi subiti durante l’amichevole estiva contro la squadra Under 23 al J-Medical o allo stadio.
Nonostante l'amarezza per il trattamento ricevuto dal club, Dusan Vlahovic ha espresso parole di profonda gratitudine verso Luciano Spalletti. L'attuale tecnico della Juventus avrebbe fatto di tutto per convincere la società a trattenere il serbo, dimostrando vicinanza umana e professionale anche nei momenti più bui, come durante il delicato infortunio subito a sei mesi dalla scadenza. Proprio l'attaccamento alla maglia mostrato in quel frangente, giocando nonostante il dolore, è per il calciatore la prova della sua professionalità, in netto contrasto con le accuse di aver voluto forzare la mano per liberarsi a parametro zero. Il rapporto con Luciano Spalletti resta uno dei pochi ricordi positivi dell'ultima stagione a Torino, un’annata segnata da una solitudine gestionale che ha spinto il giocatore a cercare nuovi stimoli altrove, sentendosi non più protetto da quella che per anni aveva considerato la sua famiglia sportiva.
La scelta di approdare al Besiktas, in Turchia, non è stata casuale ma frutto di un corteggiamento serrato che ha fatto sentire Dusan Vlahovic nuovamente al centro di un progetto. Il presidente e il direttore sportivo del club turco si sono recati personalmente a Belgrado, soggiornando per giorni nella capitale serba pur di strappare il suo sì. Un fattore determinante è stato senza dubbio la presenza in panchina di Vincenzo Italiano, allenatore che aveva già valorizzato il talento del serbo ai tempi della Fiorentina. La prospettiva di ritrovare un tecnico che conosce perfettamente le sue caratteristiche, unita al desiderio di rivalsa dopo i mesi difficili in Italia, ha spinto l'attaccante a rifiutare altre offerte da campionati teoricamente più prestigiosi per abbracciare la causa delle Aquile Nere di Istanbul. Qui, in una piazza calda e passionale, il numero 9 spera di ritrovare quella serenità realizzativa che lo aveva reso uno dei bomber più letali d'Europa.
Guardando al futuro, Dusan Vlahovic non ha chiuso definitivamente le porte a un possibile ritorno in bianconero, citando la sua giovane età e ammettendo alcuni errori di irruenza commessi nel passato. Tuttavia, il presente parla turco e la voglia di dimostrare il proprio valore è più forte che mai. Il calciatore ha voluto sottolineare come la sua partenza sia stata una necessità professionale derivante da un vicolo cieco contrattuale, ribadendo che la Juventus rimarrà sempre il club più grande d'Italia nel suo cuore. Resta però la macchia di un addio che poteva essere gestito diversamente, tra promesse non mantenute e una comunicazione che, secondo il serbo, ha distorto la realtà dei fatti a discapito della sua immagine pubblica. La sfida ora si sposta sul campo del Besiktas, dove il serbo dovrà dimostrare che i fischi di Torino erano solo il frutto di un grande malinteso alimentato da tre anni di silenzi e omissioni.

