Il 16 luglio 2026 resterà scolpito negli annali del diritto sportivo e internazionale come il giorno in cui il principio di autonomia assoluta delle federazioni è stato definitivamente ridimensionato. La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha emesso una sentenza rivoluzionaria che dà ragione ad Andrea Agnelli e Maurizio Arrivabene, coinvolti nel complesso e discusso caso plusvalenze che ha scosso la Juventus e l'intero panorama calcistico italiano negli anni passati. Questa pronuncia non si limita a un verdetto su singoli individui, ma stabilisce un principio cardine: le sanzioni sportive che incidono sulle libertà fondamentali garantite dal diritto dell'Unione Europea devono essere soggette al vaglio di un giudice indipendente, dotato del potere di annullarle o mitigarle. Si tratta di un duro colpo alla cosiddetta specificità dello sport, intesa come zona franca dai controlli giurisdizionali esterni.
La vicenda, che ha avuto origine nel maggio del 2021 con la celebre indagine Prisma condotta dalla Procura di Torino, aveva portato a pesanti inibizioni per i vertici dirigenziali bianconeri. La Corte Federale d'Appello della Figc aveva infatti inflitto 24 mesi di inibizione ad Andrea Agnelli e 16 mesi a Maurizio Arrivabene, sanzioni poi confermate in ultimo grado sportivo dal Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni. Tuttavia, il nucleo della difesa dei due dirigenti, che ha trovato accoglimento in sede europea, risiede nella sproporzionalità di tali misure e nella mancanza di un controllo giurisdizionale effettivo al di fuori del perimetro federale. La sentenza della Corte UE chiarisce che il divieto di esercitare un'attività professionale in tutti gli Stati membri dell'Unione può essere giustificato solo se persegue un obiettivo legittimo e, soprattutto, se è proporzionato alla violazione commessa. Senza la possibilità di ricorrere a un giudice civile o amministrativo con pieni poteri di merito, il sistema di giustizia sportiva rischia di operare in violazione dei trattati comunitari.
Nel 2024, il Tar del Lazio, a cui si era rivolto Agnelli, aveva sollevato la questione di legittimità davanti alla corte lussemburghese, ravvisando un potenziale contrasto tra le normative statali italiane e il diritto dell'Unione Europea. La risposta odierna della Corte di Giustizia conferma che il sistema attuale deve essere riformato per garantire un controllo effettivo e indipendente. Non è strettamente necessario un doppio grado di giudizio, ma è indispensabile che un organo terzo possa sospendere o annullare decisioni che privano un cittadino europeo del diritto di lavorare. Questo passaggio è fondamentale: le inibizioni che impediscono a un dirigente di operare non solo in Italia ma in tutta l'Europa non possono essere sottratte a un sindacato giurisdizionale pieno, poiché colpiscono direttamente la libera circolazione e il diritto d'impresa.
Le implicazioni di questa sentenza sono vaste e profonde per tutto il sistema dello sport mondiale, non solo per il calcio. Organismi come la Uefa, la Fifa e le singole federazioni nazionali come la Figc dovranno ora rivedere i propri statuti e i codici di giustizia sportiva. L'idea che lo sport sia un ordinamento completamente autonomo e impermeabile alle leggi dello Stato è ormai un ricordo del passato. La sentenza Agnelli-Arrivabene si inserisce in un filone giurisprudenziale che, negli ultimi anni, ha visto l'Unione Europea intervenire con vigore per limitare i monopoli sportivi e proteggere i diritti dei singoli attori economici. In questo contesto, il caso Juventus diventa il paradigma di una nuova era, dove la giustizia sportiva deve necessariamente dialogare e sottomettersi ai principi di trasparenza ed equità del diritto civile.

