Inchiesta arbitri e Codice di Giustizia Sportiva: perché la posizione di Gianluca Rocchi resta solida

Il pm Ascione punta i fari sui Club Referee Manager mentre l'analisi dell'articolo 22 chiarisce i confini tra dialogo istituzionale e illecito sportivo

Inchiesta arbitri e Codice di Giustizia Sportiva: perché la posizione di Gianluca Rocchi resta solida

Il mondo del calcio italiano si trova nuovamente al centro di un'intricata vicenda giudiziaria che scuote le fondamenta dell'Associazione Italiana Arbitri (AIA) e coinvolge figure di spicco della Serie A. L'indagine, coordinata dal pubblico ministero Ascione, sta entrando in una fase cruciale dopo le recenti audizioni di figure chiave come Gervasoni, Nasca e Di Vuolo. Il fulcro dell'inchiesta sembra ora spostarsi verso una figura professionale relativamente recente ma di estrema importanza strategica per i club: il Club Referee Manager, noto anche come Dirigente Addetto all'Arbitro (DAA).

In data 05 Maggio 2026, l'attenzione mediatica si è concentrata sulla convocazione di questi tesserati, i quali fungono da ponte comunicativo tra le società e la classe arbitrale. Attualmente, nel massimo campionato italiano, si contano circa dieci professionisti che ricoprono questo ruolo, quasi tutti ex arbitri o ex assistenti di alto profilo che hanno messo la propria esperienza al servizio delle società. Tra i nomi più altisonanti figurano Giorgio Schenone dell'Inter, Luca Maggiani della Juventus, Carmine Russo del Monza e Riccardo Pinzani, oggi in forza alla Lazio ma con un trascorso significativo anche nel Parma. Il compito di questi dirigenti è quello di mantenere rapporti istituzionali con il coordinatore per le società nominato dall'AIA, ruolo ricoperto quest'anno da Andrea De Marco.

La questione centrale sollevata dalla Procura riguarda la natura e la frequenza di questi contatti. Secondo le linee guida stabilite nella passata stagione sportiva, il contatto tra un dirigente di alto livello — come un Presidente, un Direttore Generale o un Direttore Sportivo — e il coordinatore dell'AIA dovrebbe avvenire solo in casi definiti eccezionali. Tali eccezioni riguardano solitamente errori regolamentari palesi, situazioni tecniche straordinarie o episodi particolarmente controversi accaduti durante i novanta minuti di gioco. La procedura standard prevede che il coordinatore si confronti successivamente con il designatore Gianluca Rocchi per fornire un feedback al Club Referee Manager del club interessato. La norma è chiara: nessun esponente societario può contattare direttamente la Commissione CAN AB, scavalcando i canali ufficiali preposti.

Tuttavia, l'analisi del Codice di Giustizia Sportiva, e in particolare dell'Articolo 22, sembra offrire una prospettiva di difesa piuttosto solida per Gianluca Rocchi. La norma non vieta in modo assoluto il dialogo tra il designatore e i dirigenti dei club o i DAA. Il divieto scatta esclusivamente qualora si instaurino rapporti di abitualità o quando tali contatti siano esplicitamente finalizzati all'ottenimento di un vantaggio indebito nell'ambito dell'attività sportiva. In assenza di prove che dimostrino una volontà di alterare l'equità delle competizioni o di favorire specifici club a discapito di altri, il semplice colloquio, anche se critico o volto a chiedere spiegazioni su un errore arbitrale, non configura automaticamente un illecito.

Le intercettazioni attualmente al vaglio degli inquirenti, come la frase emblematica "loro non lo vogliono più vedere" riferita a un direttore di gara sgradito, testimoniano certamente un clima di forte pressione psicologica e politica attorno alla CAN, ma non costituiscono necessariamente una prova di corruzione o di violazione del codice. Il PM Ascione dovrà dunque dimostrare che queste pressioni si siano tradotte in atti concreti volti a manipolare le designazioni o a influenzare il rendimento degli arbitri sul campo per favorire determinate compagini come l'Inter, la Juventus o la Lazio. Senza questo passaggio fondamentale, l'inchiesta rischierebbe di risolversi in una bolla di sapone, confermando la legittimità dell'operato di Rocchi e dei suoi collaboratori.

In questo scenario, la figura del Club Referee Manager emerge come un elemento di professionalizzazione necessario ma delicato. Nati per prevenire i veleni del passato e per garantire che le proteste dei club seguano binari civili e regolamentati, i DAA si trovano oggi paradossalmente sotto la lente d'ingrandimento proprio per la loro funzione di intermediari. Il dibattito che ne scaturisce non riguarda solo la giustizia sportiva, ma l'intera struttura di trasparenza del calcio italiano. È fondamentale distinguere tra la legittima richiesta di chiarezza tecnica e il tentativo di condizionamento. La FIGC e l'AIA seguono con estrema attenzione l'evoluzione del caso, consapevoli che la credibilità dell'intero sistema dipende dalla capacità di dimostrare che il dialogo istituzionale non è sinonimo di collusione.

Pubblicato Martedì, 05 Maggio 2026 a cura di Marco P. per Infogioco.it

Ultima revisione: Martedì, 05 Maggio 2026

Marco P.

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