"Forse siamo discendenti di marziani?" Questa è la domanda provocatoria sollevata da un gruppo di scienziati che ha condotto un esperimento rivoluzionario, sottoponendo batteri a condizioni estreme simulanti l'impatto di un asteroide su un pianeta. L'esperimento, il cui resoconto è stato pubblicato sulla rivista PNAS Nexus, ha esposto i microrganismi a una serie di fortissimi impatti, ricreando le condizioni che si verificherebbero se un asteroide colpisse un pianeta, proiettando nello spazio rocce contenenti batteri. Secondo questa ipotesi, i batteri potrebbero poi raggiungere un altro pianeta e sopravvivere all'impatto. I ricercatori ipotizzano, tra il serio e il faceto, che i batteri terrestri potrebbero avere avuto origine su Marte.
L'ipotesi della panspermia, risalente all'antica Grecia, suggerisce che la vita possa diffondersi tra i pianeti del sistema solare attraverso l'espulsione di rocce nello spazio in seguito a impatti asteroidali. Il nuovo studio fornisce prove sperimentali a sostegno di questa idea. Gli scienziati della Johns Hopkins University hanno simulato le condizioni di un potente impatto asteroidale su Marte, generando pressioni elevatissime (fino a 3 GPa) a cui sono state esposte colonie di batteri viventi. Sorprendentemente, il limite di pressione non è stato superato a causa della rottura delle apparecchiature di laboratorio, mentre i batteri sono rimasti in gran parte vitali.
L'oggetto principale dello studio è stato il batterio Deinococcus radiodurans, uno degli organismi più resistenti conosciuti sulla Terra, soprannominato Conan the Bacterium. Questo poliestremofilo è in grado di sopportare enormi dosi di radiazioni ionizzanti, vuoto, temperature estreme, disidratazione e altri stress. In precedenza, era già sopravvissuto con successo a un lungo periodo di permanenza nello spazio aperto a bordo della ISS (Stazione Spaziale Internazionale). La scelta di questo batterio è motivata dalla sua eccezionale resistenza alle radiazioni e dalla capacità di riparare rapidamente i danni al DNA, rendendolo un modello ideale per studiare i limiti della sopravvivenza della vita proteica nello spazio.
Gli esperimenti hanno confermato che la spessa parete cellulare del batterio e i meccanismi di riparazione svolgono un ruolo chiave nella protezione dai danni meccanici associati all'impatto. Nei test di laboratorio, le cellule di D. radiodurans sono state poste tra piastre d'acciaio e sottoposte a compressione impulsiva mediante un cannone a gas, simulando le onde d'urto prodotte da un impatto asteroidale. A una pressione di 1,4 GPa, la sopravvivenza è stata quasi del 100%: le cellule hanno mantenuto una morfologia normale senza danni evidenti. A 2,4 GPa, è sopravvissuto circa il 60% dei batteri, con rotture delle membrane e difetti interni, ma molti microrganismi sono rimasti vitali. Anche alle massime compressioni di 3 GPa (30.000 atmosfere), una parte significativa delle cellule è sopravvissuta all'impatto e al successivo stress; l'apparecchiatura si è guastata prima che fosse possibile distruggere completamente i batteri.
L'analisi dell'RNA e la microscopia elettronica hanno mostrato l'attivazione dei geni di riparazione e il ripristino dei danni. Questi dati rivoluzionano la comprensione delle capacità della vita biologica: i microrganismi possono resistere alle condizioni di espulsione da Marte (dove le pressioni di picco raggiungono i 5 GPa) e al successivo viaggio interplanetario. "La vita può effettivamente sopravvivere all'espulsione da un pianeta e arrivare su un altro", hanno osservato gli scienziati. Ma da ciò deriva una conclusione ancora più importante: la necessità di una accurata disinfezione dei veicoli spaziali terrestri, altrimenti rischiamo di diffondere noi stessi "contaminazioni" nel sistema solare con conseguenze imprevedibili. In definitiva, lo studio offre nuovi spunti di riflessione sull'origine della vita sulla Terra e sulla possibilità che forme di vita extraterrestri possano esistere in altri angoli del cosmo.

