Il pareggio a reti bianche contro il Napoli di Antonio Conte lascia in dote a Cesc Fabregas un mix di sentimenti contrastanti: da una parte l'amarezza per le clamorose occasioni sprecate, dall'altra l'orgoglio smisurato per aver giocato alla pari, e a tratti dominato, una delle corazzate del campionato. La corsa verso la prossima Champions League si fa ora più serrata, con la Juventus che tenta l'allungo e la Roma che preme alle spalle per soffiare il quinto posto, ma il tecnico spagnolo non ha intenzione di fare passi indietro.
Analizzando la sfida ai microfoni della stampa, Fabregas ha mostrato il suo volto più ambizioso e al contempo analitico. Nonostante il dominio territoriale e una manovra fluida che ha messo spesso in crisi la retroguardia partenopea, il Como non è riuscito a scardinare il muro difensivo ospite. «Nella mia testa c'è un grande orgoglio, ma non posso nascondere la rabbia», ha esordito l'allenatore. «Avevamo preparato il match in ogni dettaglio per portare a casa i tre punti. Quando crei così tanto contro una squadra di questo calibro e non concretizzi, è normale avere l'amaro in bocca». Il riferimento è alle palle gol capitate sui piedi di Diao e Douvikas, sempre pericolosi ma poco lucidi sotto porta in questa occasione, oltre alle fiammate di Alisson Santos che ha cercato costantemente la superiorità numerica sulla fascia.
La sfida tattica è stata di altissimo livello, specialmente nella zona nevralgica del campo. Il Napoli si è presentato sulle rive del lago con un centrocampo stellare composto da Stanislav Lobotka, Kevin De Bruyne e Scott McTominay. Un trio che, sulla carta, avrebbe dovuto soffocare il palleggio dei padroni di casa. Eppure, il Como ha retto l'urto, rispondendo colpo su colpo e mantenendo l'identità tattica che Fabregas ha saputo infondere fin dal suo arrivo. Il tecnico ha voluto rendere omaggio alla caratura degli avversari per sottolineare l'eccezionalità della prestazione dei suoi ragazzi: confrontarsi con campioni del calibro di De Bruyne senza sfigurare è il segno tangibile di quanto il progetto della famiglia Hartono sia solido e orientato all'eccellenza europea.
Un punto cardine della filosofia di Fabregas è quello che lui definisce il «lavoro fantasma». Si tratta di tutto ciò che non appare nei tabellini ma che rende possibile la vittoria: il pressing asfissiante, la copertura degli spazi e lo spirito di sacrificio. «Sono molto esigente con il gruppo», ha ammesso lo spagnolo. «Durante questa stagione mi sarà capitato solo 4 o 5 volte di dover rimproverare i ragazzi perché non vedevo l'atteggiamento giusto. Nel 90% dei casi mi danno tutto ciò che hanno. Come allenatore, la mia valutazione non può limitarsi al risultato finale; devo guardare alla crescita costante, e oggi posso dire che siamo in lotta per traguardi incredibili se pensiamo che solo dodici mesi fa festeggiavamo la promozione dalla Serie B».
Inevitabile, poi, che l'attenzione si spostasse sul calciomercato e in particolare sul futuro di Nico Paz. Il talento argentino, che anche contro il Napoli ha illuminato la scena con giocate d'alta scuola, è al centro di numerose indiscrezioni che lo vorrebbero lontano da Como nella prossima stagione, con i grandi club europei pronti a darsi battaglia. Fabregas, tuttavia, ha blindato il suo gioiello con fermezza: «Che se ne vada lo dite voi giornalisti. Non è questo il momento di parlare di trasferimenti o del prossimo anno. Mancano tre partite decisive, tre finali in cui dobbiamo dare il massimo. Sappiamo perfettamente da dove siamo partiti e dove vogliamo arrivare». Per rafforzare il concetto di dedizione totale, il tecnico ha citato un esempio illustre: «Ho visto dal vivo PSG-Bayern Monaco e sono rimasto folgorato da Ousmane Dembelé. Un Pallone d'Oro che pressava il portiere avversario come un ossesso per novanta minuti. Se lo fa lui, possono e devono farlo tutti i miei giocatori, a partire dai più talentuosi come Nico Paz».
Infine, una curiosità tattica che non è sfuggita agli osservatori più attenti: il particolare calcio d'inizio «a campanile» adottato dai lariani. Una giocata che ricorda lo stile di Luis Enrique e che Fabregas ha rivendicato con orgoglio: «Se seguite con attenzione il Como, sapete che non è la prima volta che lo facciamo. Non è un caso, ma una scelta deliberata. Vogliamo creare immediatamente una situazione di incertezza nella difesa avversaria, forzarli all'errore e guadagnare campo fin dal primo secondo di gioco». Questa ricerca dell'innovazione e del dettaglio conferma come il Como non sia più una sorpresa, ma una realtà consolidata della Serie A, pronta a giocarsi le proprie carte per un posto nell'Europa che conta fino all'ultimo minuto dell'ultima giornata, portando il nome della città di Como e dell'Italia intera verso nuovi, prestigiosi orizzonti calcistici.
NB: Immagine generata con IA

