La finale del torneo di Brisbane, vinta dalla bielorussa Aryna Sabalenka, numero uno al mondo, è stata segnata da un gesto di forte impatto emotivo e politico: il rifiuto della tennista ucraina Marta Kostyuk di stringere la mano alla sua avversaria al termine dell'incontro. Un gesto che, come accaduto in altre occasioni dall'inizio della guerra in Ucraina nel 2022, evidenzia la profonda frattura esistente tra atleti ucraini e russi (o bielorussi, alleati di Mosca) a causa del conflitto.
La mancata stretta di mano è diventata ormai un simbolo di questa situazione, un modo per gli atleti ucraini di manifestare il loro dissenso e la loro opposizione alla guerra. Kostyuk non ha rivolto nemmeno una parola a Sabalenka durante la cerimonia di premiazione, e ha mostrato disappunto quando la tennista bielorussa si è congratulata con lei e le ha augurato buona fortuna per il resto della stagione. Questo episodio non è isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di tensioni e polemiche nel mondo dello sport, dove spesso la politica irrompe prepotentemente.
Nel suo discorso durante la premiazione, Kostyuk ha voluto ricordare la difficile situazione che sta vivendo il suo paese: "Io gioco ogni giorno con un peso sul cuore. Ci sono migliaia di persone che non hanno luce né acqua calda in questo momento", ha detto, aggiungendo che in Ucraina ci sono -20°C e che è doloroso vivere questa realtà ogni giorno. Parole toccanti che testimoniano la sofferenza e la preoccupazione per il suo popolo, e che spiegano, almeno in parte, il suo gesto di rifiuto nei confronti di Sabalenka.
La vicenda solleva nuovamente il dibattito sul ruolo dello sport in contesti di conflitto e sulle responsabilità degli atleti. Da un lato, c'è chi sostiene che lo sport debba rimanere neutrale e separato dalla politica, e che gli atleti non debbano essere coinvolti in questioni che esulano dalla loro attività agonistica. Dall'altro, c'è chi ritiene che gli atleti, in quanto personaggi pubblici, abbiano una responsabilità sociale e morale, e che possano utilizzare la loro visibilità per sensibilizzare l'opinione pubblica e denunciare le ingiustizie.
Nel caso specifico di Kostyuk, il suo gesto può essere interpretato come una forma di protesta contro la guerra e contro il coinvolgimento della Bielorussia nel conflitto. Allo stesso tempo, però, solleva interrogativi sulla possibilità di conciliare la competizione sportiva con le convinzioni personali e politiche. È giusto chiedere agli atleti di mettere da parte le loro divergenze e di stringersi la mano, anche quando sono in disaccordo su questioni fondamentali? Oppure è legittimo che manifestino il loro dissenso, anche a costo di creare tensioni e polemiche?
La risposta a queste domande non è semplice e dipende dalle diverse sensibilità e dai diversi punti di vista. Di certo, la vicenda di Brisbane dimostra che lo sport non è un'isola felice, immune alle dinamiche politiche e sociali che caratterizzano il mondo contemporaneo. E che gli atleti, volenti o nolenti, sono spesso chiamati a prendere posizione e a schierarsi su questioni che vanno al di là della semplice competizione agonistica.
La situazione in Ucraina continua a essere drammatica, con milioni di persone sfollate e migliaia di vittime. La guerra ha avuto un impatto devastante su tutti gli aspetti della vita del paese, compreso lo sport. Molti atleti ucraini hanno dovuto abbandonare le loro case e i loro allenamenti, e alcuni hanno anche perso la vita combattendo per difendere il loro paese. In questo contesto, il gesto di Kostyuk assume un significato ancora più profondo e commovente, un grido di dolore e di speranza che risuona in tutto il mondo.

