Un'ondata di polemiche si abbatte su Meta Platforms, la holding guidata da Mark Zuckerberg, già al centro di numerose controversie legate alla gestione dei dati personali e alla tutela della privacy degli utenti. Questa volta, a finire sotto accusa è WhatsApp, la popolare app di messaggistica acquisita da Meta nel 2014. Un gruppo internazionale di utenti ha intentato una causa legale presso il tribunale distrettuale di San Francisco, negli Stati Uniti, contestando le presunte false dichiarazioni di Meta in merito alla riservatezza e alla sicurezza delle conversazioni all'interno di WhatsApp.
I querelanti sostengono che, contrariamente a quanto pubblicizzato, Meta non solo archivia, ma analizza attivamente tutti i messaggi degli utenti, etichettati come "privati". Questa accusa mina alla base la credibilità del sistema di crittografia end-to-end, fiore all'occhiello di WhatsApp, che dovrebbe garantire che solo mittente e destinatario possano accedere al contenuto delle conversazioni. La crittografia end-to-end è una misura di sicurezza che protegge i messaggi in modo tale che solo i dispositivi degli utenti coinvolti nella conversazione possano decifrarli. Nemmeno il provider del servizio di messaggistica dovrebbe essere in grado di leggerli. WhatsApp ha sempre sostenuto che questa funzione è abilitata di default, assicurando agli utenti che le loro comunicazioni sono al sicuro da intercettazioni esterne.
L'azione legale accusa Meta e WhatsApp di frode nei confronti di miliardi di utenti in tutto il mondo. Gli avvocati dei querelanti puntano il dito contro la dirigenza delle società, sostenendo che le promesse di privacy si scontrano con la realtà dei fatti. Stando alle accuse, Meta avrebbe accesso al contenuto dei messaggi degli utenti, una pratica che violerebbe la fiducia riposta nell'applicazione e metterebbe a rischio la riservatezza delle informazioni condivise.
La risposta di Meta non si è fatta attendere. Un portavoce della società ha definito la causa "infondata" e ha annunciato l'intenzione di "richiedere sanzioni contro gli avvocati dei querelanti". Andy Stone, portavoce di Meta, ha dichiarato via email che "qualsiasi affermazione secondo cui i messaggi delle persone su WhatsApp non sono crittografati è categoricamente falsa e assurda". Ha inoltre sottolineato che il servizio utilizza la crittografia end-to-end da dieci anni e che la nuova causa è un "pretestuoso artificio".
La class action coinvolge utenti di Australia, Brasile, India, Messico e Sudafrica, che si sono uniti per far valere i propri diritti. Essi sostengono che Meta conserva il contenuto dei messaggi e che i dipendenti dell'azienda possono accedervi. Nell'atto di accusa si fa riferimento a fonti anonime che avrebbero contribuito a svelare queste presunte pratiche, ma non vengono forniti ulteriori dettagli sull'identità di queste persone o sulla natura delle informazioni in loro possesso. Gli avvocati dei querelanti hanno chiesto al tribunale di approvare la class action, aprendo la strada a una battaglia legale potenzialmente molto ampia.
Questo non è il primo episodio in cui WhatsApp finisce sotto la lente d'ingrandimento per questioni legate alla privacy. Nel corso degli anni, l'applicazione è stata criticata per le modifiche alle sue politiche sulla privacy e per la condivisione dei dati con la società madre, Facebook (ora Meta). Le autorità di regolamentazione di diversi paesi hanno avviato indagini per accertare il rispetto delle normative sulla protezione dei dati personali.
La vicenda solleva interrogativi cruciali sul ruolo delle grandi aziende tecnologiche nella gestione dei dati degli utenti e sulla necessità di garantire maggiore trasparenza e controllo sulle informazioni che vengono raccolte e utilizzate. La decisione del tribunale di San Francisco potrebbe avere un impatto significativo sul futuro di WhatsApp e sulla fiducia degli utenti nei servizi di messaggistica online.
Al di là delle accuse specifiche, il caso evidenzia una crescente preoccupazione per la privacy nell'era digitale. Gli utenti sono sempre più consapevoli dei rischi legati alla condivisione dei propri dati online e chiedono maggiori garanzie da parte delle aziende che offrono servizi digitali. La battaglia legale contro Meta potrebbe rappresentare un punto di svolta nella definizione dei diritti degli utenti e nella regolamentazione del settore tecnologico.

