"Ai risultatisti sarà piaciuta questa partita, ma se la rigiochiamo altre dieci volte vinciamo in otto occasioni". Le parole di Cesc Fabregas, dopo la sconfitta del Como contro il Milan, aprono un interessante spunto di riflessione sul calcio italiano e sull'eterno dilemma tra gioco e risultato. Al di là dell'amarezza per il 3-1 subito, nonostante il vantaggio iniziale e un dominio territoriale evidente (700 passaggi contro 200, 18 tiri contro 7), la partita si configura come un manifesto dell'Allegri pensiero, che continua a dividere profondamente gli appassionati.
Non è una questione di fede calcistica, tra milanisti e anti-milanisti. Anche tra i tifosi di altre squadre, come la Juventus e l'Inter, c'è chi rimpiange l'approccio pragmatico del tecnico livornese e chi, al contrario, lo critica aspramente. Il dibattito è sempre aperto: conta di più lo spettacolo o la concretezza? La bellezza del gioco o la vittoria?
In effetti, in queste prime 20 partite del ritorno di Allegri sulla panchina rossonera, non sono mancati episodi decisivi nei minuti finali. Pensiamo al 2-2 al 93' contro il Pisa, al rigore sbagliato da Dybala all'82' in Milan-Roma, all'errore dal dischetto di Lautaro nel derby, al pareggio di Leao al 92' contro il Genoa, al rigore fallito da Stanciu al 96' o al pari di Nkunku allo scadere contro la Fiorentina, unito alla traversa di Fagioli al 94'. E come dimenticare il gol arrivato al primo tiro in porta assoluto della partita, come successo contro il Cagliari? Se hai un portiere che para (ricordiamo la grande stagione di Maignan, che ha parato rigori a Dybala e Calhanoglu) e qualcuno che segna, sei già a metà del lavoro, come direbbe lo stesso Allegri.
Ma è solo fortuna? Come spiega la Treccani, la fortuna è una dea bendata che distribuisce ciecamente felicità e sventura. Parlare di fortuna cieca, però, non basta a spiegare una serie di episodi così ravvicinati. Bisogna aggiungere cinismo, caparbietà e, perché no, un pizzico di audacia. Del resto, la fortuna aiuta gli audaci.
E di audacia ce ne vuole, soprattutto quando si deve fare i conti con un numero considerevole di infortuni, che raramente garantisce continuità di formazione. Tolti quelli di poco conto, la lista è lunga: Leao perso per 40 giorni a inizio stagione, Gimenez assente da novembre, Jashari out due mesi, Pulisic fermo per 40 giorni in due diverse occasioni, Rabiot fuori un mese tra ottobre e novembre e Gabbia infortunato dal 14 dicembre. Senza dimenticare il problema fisico di Fullkrug, arrivato per sopperire all'assenza di Gimenez.
Risultato contro gioco: chi vince? È un eterno dilemma. Ci sono allenatori che privilegiano il bel gioco, anche di fronte a difficoltà e avversari ostici, e altri che preferiscono un approccio più pragmatico: si fa quel che si può con quel che si ha. Il Milan, rispetto allo scorso anno, ha 16 punti in più, un dato che non può essere attribuito solo al mercato, visto che solo Modric e Rabiot hanno inciso finora, con Nkunku e Ricci in ripresa, Jashari non ancora valutabile e gli altri acquisti che non hanno reso come sperato. Il lavoro dell'allenatore è evidente, la resilienza della squadra pure, e anche la fortuna sembra aver apprezzato questa combinazione. Che porterà "solo" alla Champions League o allo scudetto, lo diranno i prossimi mesi. Ma il dibattito è destinato a riaccendersi, perché nel calcio moderno il concetto di bel gioco è tornato centrale, ma alla fine i tifosi vogliono alzare i trofei e la tradizione calcistica italiana premia chi vince e stronca chi perde.

