Per i tifosi della Juventus, il campanello d'allarme suonava già da tempo, con una maglia che sembrava tradire la gloriosa tradizione bianconera, quasi un Celtic Glasgow a strisce strette. Ma ora, la crisi è deflagrata in tutta la sua gravità. La partita contro il Como ha rappresentato la continuazione degli ultimi 45 minuti disastrosi di Istanbul, una scia negativa che ha cancellato i timidi progressi intravisti sul piano del gioco e una classifica che si allontana sempre più dalle ambizioni di inizio stagione.
La sequenza è impietosa: sconfitta a Bergamo con l'Atalanta e addio alla Coppa Italia, pareggio in casa con la Lazio, beffa a San Siro contro l'Inter, tracollo in Champions League con il Galatasaray e capitolazione interna in Serie A contro il Como. Cinque partite, quattro sconfitte e un pareggio, un bilancio che fa rabbrividire.
Eppure, nelle sconfitte con Atalanta e Lazio, si intravedeva una squadra con personalità e capace di creare occasioni. Contro l'Inter, la sensazione di aver subito un torto arbitrale difficile da digerire. Nel primo tempo in Turchia, la consapevolezza di poter competere anche in un contesto ostico. Ma poi, il buio, con la ripresa contro il Galatasaray e l'intera partita contro il Como.
I numeri non mentono: quindici gol subiti in cinque partite. Un dato allarmante che certifica le difficoltà difensive della squadra. L'eliminazione dalla Coppa Italia è già una realtà, la qualificazione agli ottavi di Champions League un'impresa ai limiti dell'impossibile e, al momento, anche l'accesso alla prossima edizione della massima competizione europea appare tutt'altro che scontato. La Juventus si ritrova a leccarsi le ferite e a fare i conti con un presente che riporta alla mente gli anni più bui del dopo Calciopoli, quelli successivi al ritorno in Serie A e precedenti all'avvento di Antonio Conte e al ciclo vincente di Massimiliano Allegri.
Per trovare un rendimento così basso dopo 26 giornate di campionato, bisogna risalire alla stagione 2010/11, con Luigi Delneri in panchina: 41 punti allora, 46 oggi. Un confronto impietoso con le stagioni successive: 49 punti l'anno scorso, nonostante il cambio in panchina da Massimiliano Allegri a Igor Tudor; 57 due anni fa, nell'ultima stagione del primo ciclo di Allegri; 53 e 47 nelle due stagioni precedenti, sempre con Allegri alla guida; 55 con Andrea Pirlo nel 2020/21; 63 nell'anno dell'ultimo scudetto targato Maurizio Sarri nel 2020; addirittura 72 nell'ultima stagione del primo Allegri nel 2018/19.
Certo, si tratta di un calcio diverso e di giocatori diversi, ma il paragone è comunque significativo, soprattutto se si considera che la società non ha lesinato sugli investimenti, pur spendendo, forse, non nel modo più oculato. L'errore da evitare, ora, sarebbe quello di scaricare le responsabilità sull'allenatore, dando il via all'ennesima rivoluzione tecnica. Che arrivi o meno la qualificazione in Champions League, la soluzione più sensata appare quella di collaborare con un tecnico di spessore come Luciano Spalletti per costruire una rosa all'altezza delle ambizioni del club. Ripartire ancora una volta da zero significherebbe compiere un nuovo salto nel buio, con il rischio di allungare ulteriormente il tunnel della crisi.

