L'esclusione dell'Italia dai Mondiali di calcio del 2026 ha scatenato un'ondata di reazioni nel mondo del giornalismo sportivo italiano. Le principali testate, attraverso le voci autorevoli delle loro firme, hanno espresso un giudizio unanime: è terza Apocalisse, non ci sono alibi e la mediocrità è diventata un'abitudine. Un fallimento che impone una profonda riflessione e una rifondazione del sistema calcistico italiano.
Luigi Garlando, penna storica de La Gazzetta dello Sport, non usa mezzi termini: "La terza Apocalisse è terribile, perché ne ha due alle spalle. Sta perdendo il senso dello shock, della catastrofe imprevedibile. Sta diventando normalità". Un'analisi lucida e spietata di una situazione che si ripete, con l'Italia che per la terza volta consecutiva non parteciperà alla massima competizione calcistica mondiale. Garlando sottolinea come, nel 2030, saranno passati 16 anni dall'ultima apparizione degli Azzurri ai Mondiali, creando una generazione di giovani che non ha mai visto la propria nazionale competere per il titolo.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport, è altrettanto severo: "Non tornare mai dove sei stato felice. È una trappola di malinconia, tutto sarà cambiato e niente sarà più come prima, in verità siamo noi che non siamo più gli stessi". Zazzaroni invoca un cambiamento radicale, una rimozione di chi ha portato a questo fallimento: "Il nostro purtroppo non è solo un flop, il terzo di fila: è il fallimento plastico di un sistema". Le responsabilità, secondo il direttore, sono chiare e riconducibili a decisioni sbagliate e negligenze a livello di politica sportiva. Il confronto con il passato è impietoso: "C'era un tempo in cui vincevamo contro Zico, Socrates, Junior, Passarella, Maradona, Rummenigge, Stielike, adesso fatichiamo contro un quarantenne con molti chilometri".
Anche Guido Vaciago di Tuttosport invoca un reset: "E adesso via tutti. Il reset non è mai una soluzione, ma può essere una medicina". Per Vaciago, il terzo Mondiale da spettatori non può non avere conseguenze a ogni livello. Non si possono schivare colpe, responsabilità e condanne. Il giornalista invita a ripercorrere una lunga catena di errori, disastri strategici e immobilismo politico.
Maurizio Crosetti de La Repubblica evidenzia come il dramma sia diventato un'abitudine: "Il dramma è che non è più un dramma, è un'abitudine. Siamo questi, siamo poco più di niente e siamo fuori". L'Italia, secondo Crosetti, è prigioniera di un campionato mediocre, incapace di competere ai massimi livelli internazionali. Il paragone con gli "umarell che guardano i cantieri" è emblematico di un movimento calcistico statico e incapace di rinnovarsi. La rabbia, un tempo motore della passione sportiva, si è spenta, lasciando spazio all'assuefazione. Crosetti punta il dito contro la Federcalcio, rea di non aver tratto le conseguenze dopo l'Europeo. L'Italia, conclude amaramente, è "raminga, sfrattata. E scarsa".
Paolo Condò del Corriere della Sera invita a ripartire da basi totalmente nuove: "È naturale che da oggi il discorso si sposti su cosa fare finalmente per rilanciare il nostro calcio, perché quello di ieri è stato il capolinea di un percorso negativo". Condò auspica una profonda riflessione e un cambiamento radicale per riportare il calcio italiano ai vertici. Il riferimento all'Italia-Australia del 2006, con Totti e Grosso protagonisti, sottolinea l'assenza di figure decisive capaci di cambiare le sorti di una partita.
L'analisi delle grandi firme del giornalismo sportivo italiano è unanime: l'esclusione dai Mondiali 2026 è la conseguenza di un sistema calcistico in crisi, afflitto da mediocrità, errori strategici e mancanza di visione. È tempo di voltare pagina e ricostruire dalle fondamenta, per evitare che la "terza Apocalisse" diventi una costante.

