Il mondo del calcio, e in particolare il Chelsea, piange la scomparsa di Eddie McCreadie, una figura che ha lasciato un segno indelebile sia come giocatore che come allenatore. Lo scozzese si è spento all'età di 85 anni, portando con sé un'eredità di passione, innovazione e carisma che lo ha reso una vera leggenda dei Blues.
Non molti possono vantare di aver calcato il prato di Stamford Bridge prima come giocatori e poi guidando la squadra dalla panchina. Gianluca Vialli è uno dei nomi più recenti ad aver compiuto questa transizione, ma prima di lui, Eddie McCreadie aveva già scritto la storia. Il suo arrivo al Chelsea risale all'aprile del 1962, quando il club londinese investì 5.000 sterline per strapparlo all'East Stirlingshire. Fu un'intuizione di Tommy Docherty, allora allenatore dei Blues, che rimase folgorato dal talento del 22enne scozzese durante una missione di scouting.
McCreadie fece il suo debutto in una stagione che culminò con la promozione in massima serie. Docherty lo schierò al fianco di Ken Shellito, creando una coppia di terzini moderni, capaci di sovrapporsi e spingere in avanti, un'innovazione tattica per il calcio inglese dell'epoca. Il suo stile di gioco grintoso e generoso lo trasformò rapidamente in un idolo dei tifosi. Pur non raggiungendo la fama di “Chopper” Harris, McCreadie era un difensore roccioso e temibile nel gioco aereo.
Il suo celebre tackle volante su Billy Bremner, capitano del Leeds e suo compagno in nazionale, è una delle immagini simbolo della finale di FA Cup del 1970, vinta dal Chelsea all'Old Trafford. Un gesto che contrasta con l'immagine di un uomo che, nel tempo libero, amava leggere filosofia e scrivere poesie, rivelando un'anima sensibile e riflessiva. Un grave infortunio al tendine d'Achille compromise la sua carriera da giocatore, aprendo le porte a una nuova fase come membro dello staff tecnico, prima con le riserve e poi con la prima squadra. La stagione 1973/74 segnò il suo addio al calcio giocato, con un bilancio di 410 presenze, quasi tutte da titolare.
Le doti di leadership e il carisma di McCreadie emersero con forza nel ruolo di allenatore. Nell'aprile del 1975, subentrò a Ron Suart sulla panchina del Chelsea in un momento particolarmente difficile. La squadra era in piena crisi finanziaria e a rischio retrocessione. Una delle sue prime decisioni fu quella di escludere quattro veterani, una scelta dolorosa ma necessaria per dare spazio ai giovani talenti del vivaio. Affidò la fascia di capitano al diciottenne Ray Wilkins, simbolo di una nuova era.
La prima stagione completa si concluse con un piazzamento a metà classifica in Second Division, ma le due sole sconfitte nelle ultime 12 partite fecero presagire un futuro più roseo. Nella stagione 1976/77, i giovani Blues di McCreadie entusiasmarono il pubblico con un calcio brillante e propositivo. Tuttavia, i problemi economici del club si acuirono, portando a un accordo con i creditori e alla vendita del centro di allenamento. La promozione in massima serie divenne una questione di sopravvivenza. In questo contesto difficile, McCreadie non solo riuscì a compattare il gruppo, ma convinse i giocatori ad accettare una riduzione degli stipendi.
Nonostante il suo impegno e la sua dedizione, McCreadie non ottenne il rinnovo del contratto. La dirigenza non volle accettare le sue richieste, portandolo a rassegnare le dimissioni per principio. Un tentativo dei giocatori, guidati da Peter Bonetti, di farlo reintegrare fallì. Deluso, McCreadie si trasferì negli Stati Uniti, dove giocò e allenò per un breve periodo, prima di stabilirsi in Tennessee e dedicarsi alla fede cristiana. La sua storia, però, rimane un esempio di passione, coraggio e innovazione nel mondo del calcio.

