Microsoft è al centro di una controversia crescente riguardante le sue pratiche promozionali per il servizio di cloud storage OneDrive. Le accuse, mosse da più parti, delineano uno scenario in cui la gestione dei file degli utenti viene resa deliberatamente complessa e frustrante, arrivando, in alcuni casi, alla cancellazione dei file originali dai dispositivi degli utenti senza il loro esplicito consenso.
La rivista Fudzilla ha acceso i riflettori su come Microsoft, attraverso impostazioni predefinite poco trasparenti, sembri indirizzare in modo insistente gli utenti a salvare i propri documenti sui server dell'azienda. Questa strategia ha sollevato paragoni preoccupanti con il comportamento dei ransomware, software malevoli che criptano i file di un utente e ne richiedono un riscatto per la decriptazione.
Lo scrittore Jason Pargin ha condiviso la sua personale esperienza, descrivendo come, a seguito di un aggiornamento del sistema operativo, il suo computer abbia iniziato a utilizzare OneDrive senza alcun preavviso o possibilità di scelta. L'utente si è accorto del cambiamento solo quando ha notato un rallentamento della connessione internet e una diminuzione dello spazio di archiviazione disponibile. Nel tentativo di disattivare la funzione di backup automatico, ha scoperto che tutti i suoi file erano stati rimossi dal computer e sostituiti da icone che lo indirizzavano a una domanda: "Dove sono i miei file?". Pargin ha sottolineato la sottile linea di demarcazione tra questa situazione e un vero e proprio attacco ransomware.
La situazione è ulteriormente complicata dal meccanismo di sincronizzazione di OneDrive. Sebbene sia possibile ripristinare i file, tentare di eliminare le copie dal server di Microsoft può comportare la cancellazione anche delle versioni locali. Pargin ha evidenziato come l'unico modo per rimuovere i file dal cloud senza perderli dal proprio dispositivo sia seguire complicate guide su YouTube, data l'assenza di una soluzione intuitiva. A suo dire, gli sviluppatori hanno intenzionalmente celato queste opzioni nei meandri dei menu, rendendo difficile per l'utente medio comprendere le reali conseguenze delle proprie azioni.
Gli autori dell'articolo di Fudzilla ritengono che il problema non derivi da una volontà malevola di Microsoft, quanto piuttosto da una profonda incompetenza nella progettazione e nel collaudo del prodotto. È ironico, fanno notare, che Microsoft si vanti del fatto che il 30% del suo codice sia generato da modelli linguistici di intelligenza artificiale (LLM), e che il suo amministratore delegato, Satya Nadella, inviti a non definire i prodotti basati sull'IA come "porcherie". Tuttavia, se OneDrive è un esempio della qualità del software cloud creato con questo approccio, forse il termine non è poi così inappropriato.
Questa vicenda solleva interrogativi cruciali sulla trasparenza e la responsabilità delle aziende tecnologiche nella gestione dei dati degli utenti, e sulla necessità di un controllo maggiore da parte di questi ultimi sulle proprie informazioni personali. In un'epoca in cui i dati sono considerati il nuovo petrolio, la questione della loro gestione e protezione diventa sempre più centrale. Gli utenti sono sempre più consapevoli del valore dei propri dati e desiderano avere un controllo maggiore su come vengono utilizzati e conservati.
Le alternative a OneDrive non mancano, da Google Drive a Dropbox, passando per soluzioni open source come Nextcloud. La scelta dipende dalle esigenze specifiche di ciascun utente, ma è fondamentale valutare attentamente le politiche sulla privacy e le modalità di gestione dei dati offerte da ciascun servizio.
In conclusione, per coloro che desiderano mantenere il controllo sui propri file e sapere dove sono effettivamente conservati, valutare alternative e configurare attentamente le impostazioni di OneDrive (o di qualsiasi altro servizio di cloud storage) appare come una necessaria misura di autodifesa. La consapevolezza e la proattività sono le armi migliori per proteggere i propri dati nell'era digitale.

