Duello Malagò-Abete per la FIGC: tra scommessa sul CT e rivoluzione Serie A

I due candidati alla presidenza delineano visioni opposte per il futuro del calcio italiano: dalla riduzione delle squadre alle riforme per i giovani

Duello Malagò-Abete per la FIGC: tra scommessa sul CT e rivoluzione Serie A

Il panorama calcistico nazionale si trova a un bivio decisivo mentre la corsa alla presidenza della FIGC entra nella sua fase più calda. In questo scenario del 2026, il confronto tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete non rappresenta soltanto una sfida elettorale, ma una vera e propria collisione tra filosofie diverse su come risollevare uno sport che cerca ancora la sua definitiva consacrazione dopo i fasti del passato. Durante le recenti interviste rilasciate a Sabato al 90° su Rai, i due contendenti hanno esposto visioni diametralmente opposte, toccando i nervi scoperti del sistema: la scelta del prossimo Commissario Tecnico della Nazionale Italiana, la discussa riforma dei campionati a 18 squadre e il rapporto, talvolta teso, con le istituzioni politiche del Paese.

La questione del nuovo allenatore azzurro è diventata il terreno di una scommessa politica senza precedenti. Giovanni Malagò, con la consueta schiettezza che ha caratterizzato la sua lunga carriera al vertice dello sport italiano, ha alzato l’asticella della responsabilità personale. Per l’ex numero uno del CONI, il futuro CT deve essere un uomo capace di sposare una visione a lungo termine, ma con la consapevolezza che il tempo dei bonus è terminato. Malagò ha dichiarato apertamente che, in caso di fallimento della sua scelta tecnica, sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni immediate. Un’assunzione di responsabilità che mira a rassicurare i tifosi e gli stakeholder, sottolineando come, dalla vittoria mondiale del 2006 in Germania, il peso delle aspettative sia diventato un fardello insostenibile per qualunque gestione che non porti risultati minimi garantiti sul campo. La sua è una visione manageriale: il successo sportivo come unico parametro di valutazione dell’operato politico.

Di contro, Giancarlo Abete adotta un approccio più prudente e radicato nella tradizione tecnica della scuola di Coverciano. Mentre il sogno proibito di molti rimane Pep Guardiola, l'attuale dirigente ha gelato le suggestioni estere, puntando con decisione sull'autarchia d'eccellenza. Abete sostiene con forza che il problema dell'Italia non sia la qualità dei tecnici, bensì il tempo limitato a loro disposizione per lavorare con il gruppo. Citando i successi degli allenatori italiani nei principali campionati esteri come la Premier League o la Liga, il candidato ha ribadito che la priorità deve essere un selezionatore in grado di generare un'alchimia immediata, valorizzando le risorse umane già presenti nel Sistema Italia senza inseguire modelli stranieri difficilmente esportabili nel nostro contesto culturale e tattico.

Il dibattito si è poi spostato sulla struttura della Serie A. Giovanni Malagò spinge con decisione verso una riduzione a 18 squadre, una riforma che i grandi club invocano da anni per alleggerire calendari sempre più intasati e aumentare la competitività internazionale. Tuttavia, lo stesso Malagò riconosce l'impasse politica: le società di fascia media e bassa, che lottano costantemente per la salvezza, vedono in questa contrazione una minaccia alla loro sopravvivenza economica. Analizzando la situazione in Europa, il candidato ha osservato come nazioni leader quali l'Inghilterra continuino a giocare a 20 squadre mantenendo ritmi altissimi, suggerendo che la riduzione non sia l'unica panacea, ma una necessità di sistema che richiede un colpo di genio politico per essere accettata da tutte le componenti. La sfida è trovare un equilibrio tra le esigenze dei top club impegnati nelle coppe e la tutela del merito sportivo per l'intera piramide calcistica.

Sulla valorizzazione dei giovani, Giancarlo Abete ha proposto una soluzione concreta legata alla leva finanziaria. L'idea è quella di trasformare l'obbligo in opportunità, incentivando l'impiego di calciatori selezionabili per le nazionali giovanili attraverso una redistribuzione dei diritti televisivi. Prendendo come modello la Riforma Zola già sperimentata con successo in Serie C, Abete punta a una legge dello Stato che premi economicamente i club più coraggiosi. È una proposta che cerca di rispondere strutturalmente alla carenza di talenti pronti per il grande salto, spostando l'attenzione dai vincoli normativi ai benefici economici diretti per le società che investono nei propri vivai.

Non sono mancati i passaggi sulle dinamiche personali e istituzionali. Malagò ha dovuto rispondere alle voci di un raffreddamento dei rapporti con il Ministro dello Sport, Andrea Abodi. Nonostante una storica amicizia e momenti di condivisione privata, le frizioni degli ultimi mesi sono emerse chiaramente, sebbene Malagò abbia cercato di minimizzare parlando di una stima che da parte sua resta immutata. Abete, dal canto suo, ha rivendicato la dignità del confronto elettorale, rifiutando l'idea di un ritiro della candidatura nonostante i pronostici lo vedano attualmente in svantaggio rispetto al rivale. La sua permanenza in corsa è un atto di fede democratica, un segnale che il programma e il confronto delle idee debbano prevalere sulle logiche di schieramento preventivo. In questa Roma di metà maggio 2026, il futuro del pallone italiano appare sospeso tra il desiderio di una rottura drastica con il passato e la rassicurante continuità di chi conosce ogni segreto delle stanze del potere federale.

Pubblicato Domenica, 17 Maggio 2026 a cura di Marco P. per Infogioco.it

Ultima revisione: Domenica, 17 Maggio 2026

Marco P.

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