Streamer e divulgatore noto nel settore del gioco online legale, Mike Slot – all’anagrafe Mihail – racconta in un’intervista a Jamma.it una visione controcorrente ma maturata in oltre dieci anni di esperienza sul campo. Al centro del suo intervento non c’è la promozione del gioco, bensì la necessità di una corretta informazione, oggi più che mai carente a livello istituzionale. Secondo Mike Slot, l’assenza di campagne ufficiali capaci di spiegare la differenza tra gioco legale autorizzato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e quello illegale ha lasciato spazio a confusione, abusi e rischi concreti per gli utenti. “Quello che esporrò – afferma Mike Slot – è esclusivamente il mio punto di vista personale, maturato in anni di esperienza sul campo. Non c’è alcuna volontà di diffamare o discriminare nessuno, ma solo di offrire un contributo costruttivo su un tema complesso come quello del gioco”.
La tua attività è stata spesso associata allo streaming di casinò online. Qual è stata, in realtà, la tua missione?
“È vero, molti mi conoscono come streamer di casinò online legali, ma il cuore del mio lavoro è sempre stato creare una community consapevole e responsabile. Proprio per questo mi sono scontrato duramente con chi promuoveva il gioco come metodo di guadagno, illudendo le persone. Questa esposizione mi ha portato a intimidazioni, denunce, segnalazioni massive e insulti che hanno spesso compromesso il mio lavoro”.
Da cosa nasce questa battaglia sull’informazione?
“In dieci anni ci siamo resi conto di una grande lacuna istituzionale: manca una vera campagna informativa che spieghi la differenza tra gioco legale, autorizzato ADM, e gioco illegale. In assenza di guide ufficiali, siamo stati noi, tramite forum e social, ad assumerci questo ruolo educativo”.
Nei tuoi contenuti parli spesso di “informativa”. In cosa consiste?
“In ogni mio contenuto dedicavo alcuni minuti a spiegare come distinguere un sito legale da uno illegale, come usare i canali ufficiali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e come sfruttare gli strumenti di gioco responsabile presenti sui siti con regolare licenza”.
Quali sono, in concreto, gli elementi per riconoscere un sito sicuro in Italia?
“Ho sempre ribadito quattro pilastri fondamentali. Il dominio deve essere .it, perché molti .com tradotti in italiano non hanno licenza. La registrazione deve richiedere obbligatoriamente il Codice Fiscale. I metodi di pagamento devono essere circuiti seri, come PayPal, che collaborano solo con concessionari autorizzati. Infine, la trasparenza: il codice GAD deve essere visibile nel footer o nei termini e condizioni. In caso di dubbio, l’unica verifica certa resta il portale ADM”.
Negli ultimi anni si è parlato molto di divieti e blocchi alla comunicazione. Che effetto hanno avuto?
“Paradossalmente l’effetto opposto. Bloccare l’informazione sul gioco legale ha spinto molti creator verso mercati non regolamentati, aumentando i rischi per gli utenti. Il proibizionismo estremo non elimina il desiderio, lo sposta nel sommerso, dove non esistono tutele, limiti di deposito o controlli fiscali”.
Hai mai ricevuto proposte da siti non regolamentati?
“Centinaia, anche molto allettanti. Ma la mia risposta è sempre stata la stessa: preferisco dormire sonni tranquilli e non avere sulla coscienza danni patrimoniali per nessuno della mia community”.
Uno dei temi più delicati è quello dei minori. Come si può intervenire davvero?
“La dipendenza da gioco giovanile non si combatte oscurando le pubblicità, ma con l’educazione. Se un bambino vede un adulto bere uno spritz non è istigazione all’alcolismo, se qualcuno spiega i rischi dell’abuso. Pensiamo alle macchinette a “gru” per i giocattoli: sono spesso il primo contatto con il gioco basato sulla fortuna. Invece di vietarle, bisognerebbe spiegare che il premio arriva raramente, che è una questione di probabilità”.
Quali strumenti concreti esistono oggi per proteggere i più piccoli?
“Si parla tanto di SPID, ma la soluzione è già qui: il parental control. L’ho installato io stesso sui dispositivi dei figli di amici. È efficacissimo: ogni download o accesso richiede l’autorizzazione del genitore. Mi chiedo perché lo Stato non obblighi o non istruisca i genitori a usare questi strumenti, invece di limitarsi a vietare”.
Hai delle proposte per rendere il gioco più sostenibile?
“Se vogliamo combattere davvero il fenomeno della dipendenza da gioco d’azzardo dobbiamo guardare ai dati. In Italia è tutto tracciato fiscalmente: perché non legare i limiti di deposito alla reale capacità di spesa dell’utente, in base al reddito dichiarato? Inoltre, adotterei il modello delle sigarette: campagne informative forti e chiare sui rischi, direttamente sui siti e nei contenuti, spiegando che il gioco è fortuna, non un metodo di guadagno”.
In conclusione, dove sta secondo te il vero problema?
“Spesso si colpevolizza la pubblicità, ma la base è l’educazione familiare. Mi è capitato di vedere genitori portare bambini di 8 o 10 anni a film vietati ai minori di 16, ridendo davanti a scene esplicite. Poi ci si scandalizza per uno spot sul gioco. Lo Stato non può sostituirsi al genitore: educare e proteggere i figli è una responsabilità familiare”.
Guardando alla tua esperienza personale, cosa ti aspetti dal futuro?
“Ho subito sanzioni per quella che considero informazione. Vietare la comparazione e l’informazione sul gioco legale è stato un errore, perché ha lasciato i più deboli soli davanti al mercato illegale. Il gioco è sempre esistito: la vera sfida non è farlo sparire, ma insegnare a gestirlo con consapevolezza. Spero si passi dai soli divieti a una vera educazione civica e digitale iniziando dalle famiglie e passando per le scuole”.

