La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Calabria ha emesso una sentenza che segna un punto fermo in una complessa vicenda tributaria, respingendo l'appello dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e confermando la decisione di primo grado favorevole al contribuente. Al centro della disputa, una serie di cartelle di pagamento per un ammontare complessivo di oltre 21,2 milioni di euro, relative agli anni dal 2012 al 2015, riguardanti l'Imposta Unica sui giochi e sulle scommesse.
La vicenda trae origine da accertamenti sull'Imposta Unica, disciplinata dal decreto legislativo n. 504 del 1998, a seguito dei quali l'Agente della riscossione, su incarico dell'ADM, aveva emesso le contestate cartelle di pagamento. L'Agenzia aveva notificato tali cartelle direttamente alla persona fisica dell'amministratore, ritenendolo coobbligato solidale al pagamento dell'imposta.
La Corte, tuttavia, ha contestato l'impostazione dell'Amministrazione finanziaria. Secondo i giudici, gli avvisi di accertamento, che costituivano il presupposto per la riscossione, erano stati emessi esclusivamente nei confronti della società, con notifica all'amministratore solo in qualità di legale rappresentante. Non era mai stato notificato un atto impositivo personale all'amministratore, atto che avrebbe potuto fondare una sua responsabilità diretta o solidale per i debiti tributari della società.
Un aspetto cruciale della decisione riguarda il tema della solidarietà passiva. La Corte ha chiarito che l'Amministrazione non può distinguere tra una solidarietà derivante da norme civilistiche e una di natura tributaria per aggirare le garanzie del contribuente. In materia fiscale, hanno spiegato i giudici, ciascun coobbligato deve essere destinatario di un autonomo atto impositivo, nel rispetto del principio di autonomia dei rapporti di credito e, soprattutto, del diritto di difesa. Questo principio è fondamentale per garantire che ogni soggetto coinvolto in un'obbligazione tributaria abbia la possibilità di contestare la pretesa fiscale e far valere le proprie ragioni.
La Corte ha dunque respinto l'appello dell'ADM, definendolo "palesemente errato" nella parte in cui sosteneva che la notifica degli avvisi alla società potesse automaticamente produrre effetti anche sulla persona fisica dell'amministratore. Tale tesi, secondo la Corte, non trova alcun fondamento né nella normativa tributaria né nei principi consolidati della giurisprudenza. La sentenza sottolinea l'importanza di tutelare i diritti dei contribuenti e di garantire che l'azione dell'Amministrazione finanziaria sia sempre conforme alla legge e ai principi di equità e trasparenza.
Con questa decisione, la Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Calabria non solo ha confermato l'annullamento delle cartelle esattoriali, ma ha anche condannato l'Agenzia al pagamento delle spese legali relative al giudizio. Questo rappresenta un importante precedente che ribadisce la necessità di una corretta applicazione delle norme tributarie e di un rispetto rigoroso dei diritti dei contribuenti. La sentenza potrebbe avere un impatto significativo anche su altri casi simili, rafforzando la posizione dei contribuenti nei confronti dell'Amministrazione finanziaria.
La vicenda solleva importanti interrogativi sulla prassi dell'ADM di notificare direttamente agli amministratori le cartelle esattoriali relative a debiti societari, senza una previa notifica di un atto impositivo personale. La decisione della Corte chiarisce che tale prassi non è conforme alla legge e che è necessario garantire il diritto di difesa di ogni singolo coobbligato. Resta da vedere se l'ADM deciderà di impugnare la sentenza davanti alla Corte di Cassazione. In ogni caso, la decisione della Corte di Giustizia Tributaria della Calabria rappresenta una vittoria importante per il contribuente e un monito per l'Amministrazione finanziaria.

